Revista Ítalo-Española de Derecho Procesal
Vol. 1 | 2021 Dedicado a Michele Taruffo pp. 41-47
Madrid, 2021
DOI: 10.37417/rivitsproc/vol_1_2021_05
© Marcial Pons Ediciones Jurídicas y Sociales
© Camilo Zufelato
ISSN: 2605-5244
Recibido: 01/03/2021 | Aceptado: 10/05/2021
Editado bajo licencia Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Michele Taruffo: un processualista filosofo
o un filosofo processualista?

Michele Taruffo: is a philosopher processualist
or a processualist philosopher?

Camilo Zufelato*

RIASSUNTO: Questo articulo cerca di ripercorrere vicende personali e accademiche di Michele Taruffo per mettere luce sulla sua formazione filosofica e come questa influenza a portato degli elementi fondamentali al pensiero processuale di Taruffo, allo stesso tempo che il diritto processuale gli ha offerto idee per le sue riflessioni filosofiche. Insomma, la traiettoria di Taruffo rivela un giurista di grande formazione umanista al di là di essere un filosofo o un processualista.

PAROLE CHIAVI: Filosofia; diritto processuale; umanesimo culturale; umanesimo giuridico.

ABSTRACT: This article tries to retrace Michele Taruffo’s personal and academic history to shed light on his philosophical formation and how this influence brought fundamental elements to Taruffo’s procedural thought, at the same time that procedural law offered him ideas for his philosophical reflections. In short, Taruffo’s trajectory reveals a jurist with a great humanista background beyond being a philosopher or a proceduralist.

KEYWORDS: Philosophy; procedural law; cultural humanism; juridical humanism.

SOMMARIO: 1.Ricordi — molti — indimenticabili di momenti vissuti con Michele.—2. Atto I. Collegio Ghislieri, umanesimo, e la filosofia prima del processo.—3. Atto II. Vittorio Denti, massime di esperienza del giudice, e la verità come agitazione scientifica di Michele.—4. Ato III. Michele Taruffo e le nuove frontiere del diritto processuale: un contributo ineguagliabile.—5. Chiusura.

1. Ricordi — molti — indimenticabili di momenti con Michele

I miei primi ricordi dell’omaggiato sono dell’inizio dei miei studi più approfonditi del diritto processuale; Taruffo era un autore brillante e distante da un giovane aspirante a processualista; solo dopo è venuto il Michele di cui, oltre al grande giurista, ho potuto conoscere aspetti personali — alcuni fondamentali per tentare di decifrare la sua genialità — e ammirarlo pure per questa dimensione umana.

Delle diverse opportunità di convivio extra accademico, quasi tutte durante viaggi straordinari attraverso il Perù, per occasione della gentilezza del professore e amico Giovanni Priori Posada — è risaputo il grande viaggiatore che è stato Michele — , una delle più impressionanti che ho vissuto è stata una conversazione abbastanza intimista, nell’anno 2018, e che voglio rendere pubblica in questo momento, poiché considero che l’esperienza di questa fase di vita di Michele è stata assolutamente determinante per la trascendenza che Michele avrebbe dato, anni dopo, sulle frontiere del diritto processuale.

2. Atto I. Collegio Ghislieri, umanesimo, e la filosofia prima del processo

Nell’adolescenza, dopo aver perso il padre molto giovane, Michele Taruffo decide di iscriversi all’università. Aveva alcune scelte in mente, soprattutto lettere e diritto. Dopo aver concluso il liceo classico, aveva deciso per il diritto, e si era iscritto all’Università di Pavia. Nato e cresciuto a Vigevano, anch’essa in Lombardia, orfano di padre, a causa anche delle scarse condizioni economiche famigliari per mantenerlo a Pavia, un parente aveva indicato alla famiglia quella che poteva essere la soluzione: il Collegio Ghislieri, tradizionalissimo collegio che accoglieva gli studenti con elevato profitto universitario, provenienti da altre città e che avevano bisogno di vitto e alloggio, e soprattutto di un ambiente adeguato dove studiare.

La competizione tra i candidati era molto alta, ma Michele era stato uno di loro. Questo passaggio è stato determinante, come lui stesso ha riferito, perché lui avesse tutte le condizioni materiali e intellettuali per concludere gli studi universitari a Pavia.

Siccome si trattava di un collegio che accoglieva studenti di vari corsi, l’ambiente nel Ghislieri facilitava molto lo scambio culturale degli studenti universitari. Questa è stata, secondo Michele, una delle maggiori soddisfazioni che ha provato durante tutto il periodo in cui ha frequentato la facoltà di diritto: i dialoghi e gli studi con altre discipline non giuridiche, propiziati dalla convivenza e amicizia con i convittori del Collegio.

Per uno spirito inquieto e culturalmente pluralista come è stato Michele, questo ambiente non era soltanto pregno di umanesimo, ma è stato anche, per lui, un sollievo per il non sempre piacevole corso di diritto. Michele non sentiva piena e completa soddisfazione nel seguire il corso di diritto; gli piacevano alcune materie, ma altre no. E durante gli anni che aveva frequentato la facoltà di diritto, continuava ad alimentare il desiderio per lo studio di altre scienze che trovava nell’ambiente fraterno del Collegio Ghislieri.

In questi dialoghi con i colleghi del collegio, la filosofia — tra gli altri vari temi — è sempre stata presente; era un modo per Michele di sentire piacere per il sapere, ma anche di mantenere vive le sue riflessioni su questo e altri temi, non esclusivamente il diritto, che erano già di sua predilezione. Secondo lo stesso Michele, l’ambiente culturale e di studi del Collegio Ghislieri è stato assai stimolante per la sua formazione umanistica.

C’è un fatto da registrare nella formazione di Michele nel Collegio Ghislieri che è stato determinante per il suo futuro accademico: il corso di logica deontica tenuto dal giovane filosofo di diritto Amadeo Giovanni Conte che era stato pure lui convittore del collegio. Questo corso ha avuto un grande influenza su Michele che ha potuto approfondire e organizzare le conoscenza di filosofia, tema del quale aveva già conoscenza.

3. Atto II. Vittorio Denti, massime di esperienza del giudice, e la verità come agitazione scientifica di Michele

Durante tutto il corso di laurea in diritto, Michele è stato un alunno molto impegnato, con voti altissimi — condizione tra l’altro necessaria per restare nel convitto del Collegio Ghislieri, visto che gli alunni con rendimento non alto non potevano restarci, e questa era l’unica condizione per Michele poter seguire i suoi studi universitari. Alla fine del corso, con l’obbligo di presentare la tesi di laurea, succede un fatto fondamentale che verrà a provocare un impatto profondo nella processualistica italiana e internazionale: Michele è stato allievo del Grande Maestro Vittorio Denti, uno dei maggiori processualisti italiani di tutti i tempi, e all’epoca professore dell’Università di Pavia.

Tuttavia, Michele aveva desiderato scrivere la tesi di laurea in filosofia del diritto, e non in diritto processuale civile. Aveva cercato l’allora giovane professore di filosofia del diritto, Amedeo Giovanni Conte — colui che aveva tenuto il corso di deontica nel Collegio Ghislieri — che aveva deciso di non accettare, considerandosi molto giovane ed anche per essere da poco entrato come docente nell’Università di Pavia. Egli comunque decide di aiutare Michele a trovare un professore che lo orienti sulla sua tesi di laurea.

È in questa situazione che Conte presenta Michele a Denti che acconsente di orientarlo, indicando come tema di ricerca le massime di esperienza del giudice. Michelle accetta immediatamente. Interessante osservare come il tema delle massime di esperienza del giudice — a parte essere un argomento estremamente mal compreso — ha una stretta connessione con i problemi centrali della epistemologia, come il proprio autore ha spiegato in un testo che ha pubblicato molto tempo dopo aver scritto la sua tesi di laurea 1.

Il suo lavoro originale sulle massime di esperienza del giudice non è mai stato pubblicato, cosicché non è possibile affermare, con certezza, l’approfondimento che Taruffo ha dato agli aspetti filosofici del tema; è indiscutibile, tuttavia, che questo tema ha profonda relazione con la filosofia, in una dimensione che negli anni seguenti passerà ad essere un filo conduttore nel pensiero scientifico di Taruffo, che è la verità come un problema processuale.

Bisogna riconoscere che Denti ha svolto il ruolo fondamentale di forgiare nel giovane Michele un modo di pensare il diritto che gli è molto caratteristico, soprattutto nel confronto del diritto processuale con la filosofia, oltre ad essere molto originale, soprattutto in quell’epoca.

Nei primi lavori accademici di Taruffo è già possibile notare come si delinea il problema della verità e le sue sovrapposizioni con il diritto processuale. Come già detto, il tema delle massime di esperienza è il motivo che probabilmente l’ha condotto a scrivere la sua prima monografia pubblicata, sulla motivazione della sentenza civile.

L’opera sulla motivazione civile è uno spartiacque in questo tema, trasferendola al campo della razionalità come giustificazione delle ragioni di decidere, in modo da spiegare a tutti, e non solo al giudicatore o alle parti, i fondamenti logici sopra i quali si fonda la motivazione decisoria; in questo senso, mirando a giustificare un atto decisorio nei termini come ha proposto Taruffo, significa l’istituzione di fari e direttrici di razionalità che siano strumenti di una decisone basata sulla ricostruzione dei fatti e sulla ricerca della verità.

In questo periodo di formazione iniziale della carriera accademica di Michele Taruffo, nella sua approssimazione e consolidamento con il diritto processuale, è molto espressiva la influenza di temi di filosofia del diritto, e anche il ruolo di vera guida intellettuale che ha svolto Vittorio Denti all’inizio della sua carriera e che renderà molti frutti nella maturazione del pensiero scientifico di Taruffo.

4. Ato III. Michele Taruffo e le nuove frontiere del diritto processuale: un contributo ineguagliabile

Lo sviluppo dell’opera di Michele Taruffo ha interessato una diversissima pluralità di temi, metodi e interessi. C’è sempre, comunque, un carattere estremamente originale nella sua produzione che lo rende un giurista singolare la cui caratteristica che mi sembra più marcante è proprio la confluenza tra il diritto processuale e la filosofia, temi che hanno marcato da sempre l’interesse e gli studi di Michele.

Nel trascendere le frontiere tradizionali del diritto processuale, Taruffo ha rivelato l’importanza della formazione colta e umanista per la preparazione di un giurista. La genialità della sua opera sta esattamente nel riuscire a combinare conoscenze provenienti da aree diverse, ma collegate tra di esse in modo indissociabile. Infatti, è toccato a un umanista come è stato Michele espandere le frontiere del diritto processuale verso settori o in direzione di problemi fino ad allora poco esplorati, o addirittura inesplorati, dai processualisti.

Questa combinazione tra tecnica processuale e questioni di filosofia, specialmente logica ed epistemologica, è marcante nella sua opera, e può essere vista con chiarezza nei temi centrali di cui lui si è più occupato, come la ricostruzione dei fatti da parte del giudice, criteri e metodi per la ricerca della
verità, includendo i poteri del giudice, criteri razionali di valutazione
delle prove, interpretazione dei fatti giuridici, razionalità e giustificazione della motivazione delle decisioni del giudice, fra tanti altri.

Inoltre esiste anche un ricco insieme di opere di Taruffo dedicato al problema della tecnica e giustizia della decisione che è estremamente significativo del contributo da lui dato al diritto processuale.

Come metodo, il confronto giuridico tra diversi Paesi e sistemi giuridici è il marchio costante in tutti i suoi lavori nei quali si vede con chiarezza altro marchio importante acquisito dal suo maestro, Denti. Per il mondo della civil law, Taruffo è e sempre sarà uno dei maggiori esponenti nella comparatistica con il sistema della common law; argomenti come il ruolo delle Corti, precedenti giudiziari, confronto tra i modelli del processo — soprattutto il contradditorio —, sono lezioni che provenendo dalla sua opera, rendono molto più comprensibile il lavoro di confronto giuridico.

Tutte queste nuove frontiere aperte da Taruffo — grazie alla sua formazione umanistica e culturale, oltre che giuridica, evidentemente — sarebbero quasi impossibili di essere aperte da un altro processualista, data la singolarità della sua formazione e della sua genialità, semplicemente ineguagliabili. Infatti, una volta aperte tali frontiere — ed è ormai luogo comune dire che una volta attraversata una frontiera, se chi l’ha superata si girasse, vedrebbe che essa non esisteva, come lo stesso Michele riproduce in Sui confini, scritti sulla giustizia civile — per un genio come è stato Taruffo, tutti quelli che passano per questi nuovi campi, nonostante non si rendano conto immediatamente di chi è stato il responsabile di tale trascendenza, il pionierismo di Taruffo dovrà essere sempre ricordato, come riconoscimento, ma anche come gratitudine.

Ci sono altri confini da superare. Taruffo ha lasciato un legato, oltre alla magnifica opera e all’esempio, un ricco strumento scientifico e metodologico che ci guida in modo sicuro in questo percorso. Lui non ci accompagnerà personalmente come ha fatto in diverse occasioni e viaggi indimenticabili, ma ha lasciato una buona mappa e tante idee da sviluppare e approfondire.

5. Chiusura

Questo testo intende ricordare alcuni passaggi, personali e accademici, considerati essenziali nella traiettoria della formazione e carriera di Michele Taruffo. Essi riflettono, prima di qualunque cosa, un personaggio determinato, impegnato, deciso sul lavoro, negli studi, nella scienza e soprattutto nel superare frontiere sulle quali stavano il pensiero e gli accademici.

È notevole nel pensiero di Taruffo la nitida confluenza tra i campi della filosofia e del diritto processuale, specialmente su temi come le prove e la ricostruzione dei fatti, la fondatezza razionale e logica delle decisioni, e la forma e tecnica di decidere; in tutti questi campi, la chiave è la preoccupazione per la verità. La verità che è storicamente una delle maggiori preoccupazioni della filosofia, guadagna con Taruffo un ancoraggio di tecnica e metodologia di enorme originalità, contribuendo a una trascendenza del diritto processuale che passa ad operare — o con potenziale di operare — a livelli molto superiori a quelli precedenti ai contributi di Taruffo.

Questa capacità unica e originale di combinare preoccupazioni filosofiche con aspetti di tecnica processuale si deve alla formazione umanistica ed erudita che Taruffo aveva avuto, soprattutto grazie alla sua voracità di apprendere e superare frontiere.

È obbligatorio registrare il ruolo che una istituzione come il Collegio Ghislieri ha avuto ad accoglierlo nella città di Pavia, e principalmente a fornire un ambiente intellettuale e stimolante, all’altezza delle pretese del giovane Michele. Allo stesso modo è stata determinante per la formazione del giurista la gestazione che ne hanno fatto personaggi quali Conte e Denti che avevano accolto e stimolato il giovane ricercatore che decenni dopo avrebbe promosso uno straordinario salto nel dialogo tra filosofia e il diritto processuale.

La domanda che si pone nel titolo di questo saggio — Michele Taruffo: un processualista filosofo o un filosofo processualista? — è più retorica che un dubbio fondato. È naturale che come processualista Taruffo ha apportato interessantissimi contributi alla filosofia del diritto, e come filosofo ha rivoluzionato alcuni campi del diritto processuale. Tentare di classificare principalmente Taruffo come filosofo o come processualista sarebbe, in un certo modo, non comprendere completamente la sua personalità e le sue imprese accademiche.

Più che un processualista che s’immergeva nella filosofia, o un filosofo che lavorava con canoni processuali, Taruffo è stato un giurista con la più elevata capacità intellettuale e umanista che l’Università e la cultura italiana degli anni ’60 e ’70 potessero forgiare. La produzione letteraria dell’autore riflette non semplicemente la combinazione tra filosofia e processo, o processo e filosofia, ma espone con chiarezza il dialogo che queste discipline — e altre ancora, ad essere sinceri — inesorabilmente devono stabilire; Taruffo ha superato una frontiera per la quale non si potrà più tornare indietro.


* Master in Diritto presso l’Università degli Studi di Roma II – Tor Vergata; Dottore in Diritto Processuale presso la Facoltà di Diritto dell’Università di São Paulo (Brasile); Professore Associato di Diritto Processuale Civile della Facoltà di diritto di Ribeirão Preto della Università di São Paolo (Brasile).

1Sin embargo, se pueden formular algunas «reglas de uso» que podrían favorecer un empleo racional —o menos irracional— de las máximas de la experiencia, reduciendo a menos en parte el riesgo de error que, en muchos casos, pueden implicar. Estas reglas asumen particular importancia cuando se piensa en la función epistémica de las máximas de experiencia: está claro que es necessário reducir inferências dirigidas a estabelecer la verdad o la falsedad de hechos relevantes para la decisión. Además, tienen relevancia aun cuando las máximas se emplean en función heurística o en función justificativa: un uso improprio de las máximas de la experiencia, en efecto, puede llevar a la formulación de hipótesis falsas e infundadas, y puede inducir a construir narraciones que podrían incluso ser persuasivas desde el punto de vista de la «familiaridad» para sus respectivos destinatários, pero que serían de todas maneras inadmibles y desorientadoras. Los mismos defectos caracterizarían las motivaciones sobre el juicio de hecho que se fundasen en máximas de carecen de fundamento.” TARUFFO, Michele. “Consideraciones sobre las máximas de la experienzia”. In: Paginas sobre la justicia civil. Madrid: Marcial Pons, 2009, p. 439-453, p. 451.